Ma quale “birra al calzino”?

Mi è capitato di imbattermi, come a molti oggi, in un articolo pubblicato niente popò di meno che sul Corriere.it: si parla di birra artigianale, e se ne parla in malo modo. E per malo modo intendo esattamente nel senso letterale del termine: nella maniera sbagliata.
L’articolo, che ha velleità seriose dannatamente eccessive, si apre con una critica che ogni beerlover mediamente cosciente non può che condividere: in ogni ambito della ristorazione si stia facendo avanti un prodotto che dietro l’alone di “birra artigianale” cela una scarsa vena realizzativa dei mastri birrai e una pessima preparazione in merito da parte dell’oste che la propone, oltetutto a prezzi non trascurabili.
Le parole “Diciamoci a voce bassa che la supremazia pregiudiziale delle birre artigianali è un’utopia. Come quando si narrava la leggenda dei vini del contadino.” sono scritte per suscitare la rivincita del lettore generalista che beve Ainechen verso gli odiosi amici saputelli: fanciulli, svegliatevi. Chi beve davvero birra artigianale, chi a livello diverso è esperto della bevanda, ha acquisito da tempo e a sue spese questa consapevolezza: ci sono birrifici che fanno pessima birra per impreparazione o per difetto di conoscenza dell’arte della birrificazione.

Dopo questo passaggio, il buio cala nella mente dell’autore: si asserisce che i birrifici italiani non dovrebbero fare birri in siti originali del Belgio o della Germania perchè non fanno riferimento al nostro territorio. Beh, andiamolo a dire agli statunitensi che partendo dagli stili inglesi hanno aperto una nuova era brassicola, che avrebbero dovuto farsela giungere dall’Inghilterra (si si, l’autore dice questo: evidentemente non ha mai provato una birra trasportata oltreoceano che sa, quella si, di cera d’api). E si fa perfino riferimento al “controllo sistematico della qualità degli ingredienti” da parte dell’industriale: come quella volta dei pesticidi nella birra industriale tedesca. Insomma, si vola alti.

Ci chiama “birricoli” ma io non provo rancore, quelli che ripudiano la conoscenza dell’artigianale cercando ogni pretesto per ridicolizzarci sono dei razzisiti alimentari: gente impagabile, perduta in una cieca chiusura. Li osservo con invidia per le certezze incrollabili che si portano appresso. E so bene che la colpa non è loro se gli hanno sempre propinato birre al mais prive di sapore presentate come prodigi della tradizione. Ma non attardatevi a spiegargli questo, evitiamo risvegli troppo bruschi.
In confidenza, però, possiamo parlarne; chi parla di artigianale deve saperne, altrimenti si cucia la bocca.
Oppure, no. Possiamo seguitare ad ascoltare tutti gli sproloqui possibili ed immaginabili e sentirci dire che beviamo “birre al calzino”.

E se poi volete bere industriale, con il suo corollario di controlli e di standardizzazione e mancanza di sapore…chi siamo noi per impedirvelo?