Ostriche e stout, festeggiamo San Patrizio

Avete mai accompagnato una mezza dozzina di ostriche con una pinta di stout? Qualora vi manchi questa esperienza gustativa, consiglio di ovviare quanto prima e riempire questa falla del vostro bouquet enogastronomico.
Mi sono fatto capitare l’occasione di provare questa pietanza in occasione dello scorso San Patrizio, che per me che non sono irlandese rappresenta soltanto un motivo aggiuntivo per bere una buona stout. Mi ha spinto la curiosità di provare due alimenti che gradisco se presi a parte ma sul cui abbinamento nutrivo fortissimi dubbi: “l’ostrica sta bene con lo champagne, non capisco come fa a stare bene con una roba che sa di caffè, liquirizia e cioccolato” mi dicevo. E invece il risultato mi ha piacevolmente sorpreso. Le note tostate delle stout si combinano piacevolmente con il gusto del mollusco ed il suo caratteristico sapore di mare viene esaltato in bocca, complice anche la lieve acidità della birra. Il sapore minerale dell’ostrica non sparisce a cospetto dell’amaro caratteristico della stout, che ne restituisce tutto il piacere.

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Dal punto di vista storico il piatto è datato probabilmente attorno al XVIII secolo nelle zone di Londra e Dublino: le coste offrivano grande abbondanza di questo mollusco che conseguentemente era disponibile ad un prezzo molto basso nei mercati di zona, rendendolo uno dei componenti fissi delle diete nei cittadini meno danarosi. Allo stesso modo le stout avevano acquisito una forte popolarità proprio in quel periodo, specialmente nei ceti più umili della popolazione: occorre specificare, senza toccare in maniera troppo approfondita l’argomento, che le stout di cui sto parlando erano le Porter Stout ed era proprio quello il periodo in cui nascevano con le caratteristiche che adesso riconosciamo alle stout. Chi ha dimestichezza con la lingua dei Beatles può ricollegare la parola “porter” alla sua traduzione “facchino” e conseguentemente intuire che fosse così popolare tra i portuali stout1 (1)londinesi da essere inseriti nel nome della bevanda stessa. E’ così che nasce storicamente quello che verrà presto ribattezzato come “the poor men’s lunch”.
Visto che abbiamo già parlato delle caratteristiche alimentari della birra spendo due parole sull’ostrica, mollusco filtratore bivalve il cui apporto calorico si aggira attorno 69 kcal per 100g di prodotto (corrispondete a 3-5 pezzi): è quindi un alimento leggero a dispetto dell’immaginario collettivo che lo etichetta come un cibo “pesante” a causa della sua digestione abbastanza difficoltosa. Le ostriche sono alimenti a base proteica (10g di proteine di alto valore biologico ogni 100g, circa la metà rispetto alla carne), contengono pochi carboidrati e pochissimi grassi, anche se sono ricche di colesterolo (il doppio rispetto al parmigiano, il 50% in più rispetto al brie ma la metà delle uova). Allo stesso modo è ricca di ferro, sodio e calcio, elementi che derivano dalla natura filtratrice del mollusco e che concorrono in maniera decisiva a costruirne il gusto.
Adesso non vi resta che provarle, prosit!