Divina di Torrechiara – Panil, il primo lambic italiano

Sono reduce da un signor festival a sapori chiaramente acidi, lo scorso weekend sono andato all’Arrogant Sour Festival a Reggio Emilia. Come preannunciava la presentazione della kermesse nello scorso COSA BEVO IN GIRO, il festival non ha deluso le aspettative e ho bevuto delle grandi birre. Tra le tante bontà assaggiate mi è rimasta particolarmente impressa una birra di Black Barrels di Torino, la buonissima Nut-The Irish Jinn, pale ale affinata per 3 mesi in botti lavate col vino e aromatizzata al whiskey, una delle creazioni del birraio Renzo Losi, lo stesso birraio che ha dato il via nel 2002 al progetto brassicolo Panil del Birrificio Torrechiara nella provincia di Parma, abbandonato poi nel 2012 per divergenze con la proprietà e per dedicarsi poi alla nascita del proprio birrificio torinese.

Correva il lontano aprile del 2007 quando nacque proprio dalla mente del birraio Losi il primo esempio italiano di birra a fermentazione spontanea, ovvero quelle birre prettamente del Belgio (o più precisamente di una sola regione, il Pajottenlland) dette Lambic, nelle quali non vi è inoculo di lieviti selezionati per la fermentazione, ma il mosto viene attaccato in maniera non controllata dai lieviti presenti nell’aria. Quella birra era la Divina, prodotta la prima volta in una notte di luna piena in grandi vasche aperte d’acciaio. Ed è proprio questa birra che andrò a raccontarvi.

E’ stata una sorpresa della mia compagna, me la fece trovare in macchina come regalo di Pasqua, sicuramente reperita in qualche beershop online dallo “spacciatore di regali birrari” di famiglia Ale, e riporta la data di imbottigliamento del 28 Gennaio 2014, ossia prodotta dal “nuovo corso” con a capo il mastro Andrea Lui, con un lungo trascorso alle spalle da homebrewer, rimasto in produzione fino al mese scorso. E’ infatti di pochi giorni fa l’annuncio che il Birrificio di Torrechiara cerchi un nuovo mastro per continuare la sua storia.

panil2La birra si presenta nel bicchiere dorata, con riflessi aranciati, con una schiuma bianca fine e mediamente persistente. All’olfatto si presentano subito note vinose e di legno donate dalla maturazione di tre mesi minimo in botti di rovere, poi seguite da note di frutta esotica (mango). Si apprezzano anche le tipiche note “funky” dello stile a cui è ispirata, ovvero sentori di formaggio, lieve acidità lattica e odore di stalla.

Bevendola la partenza è inaspettatamente abboccata con predominanza di nuovo di mango, e anche di pesca. La dolcezza iniziale vira presto in sensazioni citriche, aspre e minerali, ma c’è spazio pure per un sentore lievemente acetico. L’acidità, elegante, non eccessiva, è padrona del finale della bevuta e lascia pulita la bocca e invoglia al sorso successivo, aiutato da una media carbonazione, scorre rapido nonostante si apprezzi un bel corpo e una giusta gradazione alcolica di 6,5 % abv.

Davvero una gran bella birra, adatta ad esperti e amanti delle birre sour, ma che con il facile ingresso che smorza le sensazioni prettamente acide ben più apanil3ggressive in altre birre potrebbe essere un buon consiglio per chi volesse cimentarsi per la prima volta nell’assaggio di questi stili “ancestrali” (quindi livello di difficoltà 4/5).

L’unica cosa da augurarci è che il birrificio Torrechiara continui a produrre birre Panil di questa levatura, ingaggiando un mastro birraio davvero capace e con le tante conoscenze necessarie per la gestione e cura di birre a fermentazione spontanea e passate in botte così come lo sono stati i suoi predecessori.

ABBINAMENTO: Vi racconto semplicemente in che occasione l’ho bevuta, garantendovi che fu una combinazione, non a caso, divina. Vi raccomando di stapparla a pranzo in una soleggiata giornata in un campeggio circondati da alberi e natura, con una grigliata di pesce (bistecca di tonno, gamberoni e totani) che però non deve essere eccessivamente cotta (il bruciacchiato amarognolo striderebbe). Mi è parsa infatti essere la birra perfetta da contrapporre alle sensazioni grasse del pesce, specialmente del tonno e dei gamberoni, per un pranzo da leccarsi i baffi.